Vuoi essere avvisato ogni volta che il blog viene aggiornato?
Iscriviti alla mailing list, puoi farlo mandando una mail all'indirizzo:
guernica_70-subscribe@yahoogroups.com
e poi seguire le semplici istruzioni illustrate nela mail che riceverai in risposta.
sabato 29 dicembre 2007
Il paradosso errante di Eduardo Galeano
a voi le brevi riflessioni storiche dello scrittore uruguagio >Eduardo Galeano comparse su >"Il Manifesto" di ieri.
Caire atque vale
Giuseppe
Il paradosso errante
Lezioni di storia Pillole di verità che rovesciano la «verità»
Eduardo Galeano
Ogni giorno, leggendo i giornali, assisto a una lezione di storia. I giornali mi insegnano con ciò che dicono e con ciò che non dicono.
La storia è un paradosso errante. È la contraddizione a farla muovere. Forse per questo i suoi silenzi dicono più delle sue parole e spesso le sue parole rivelano, mentendo, la verità.
Di qui a poco sarà pubblicato un mio libro che si chiama Specchi. È una specie di storia universale, e scusate se è poco. «Io posso resistere a qualsiasi cosa, meno alla tentazione», diceva Oscar Wilde, e confesso di aver ceduto alla tentazione di raccontare alcuni episodi dell'avventura umana nel mondo, dal punto di vista di coloro che non compaiono nella foto.
Si tratta, per così dire, di fatti non molto noti.
Ne riassumo qui alcuni, solo alcuni.
***
Quando furono cacciati dal Paradiso, Adamo ed Eva si trasferirono in Africa, non a Parigi.
Qualche tempo dopo, quando ormai i loro figli si erano sparpagliati per le strade del mondo, venne inventata la scrittura. In Iraq, non in Texas.
Anche l'algebra venne inventata in Iraq. La fondò Mohamed al-Jwarizmi, mille duecento anni fa, e la parola algoritmo deriva dal suo nome.
I nomi di solito non coincidono con ciò che denominano. Nel British Museum, tanto per fare un esempio, le sculture del Partenone si chiamano «statue de Elgin», ma sono statue di Fidia. Elgin era l'inglese che le vendette al museo.
Le tre novità che resero possibile il Rinascimento europeo, la bussola, la polvere da sparo e la stampa, erano state inventate dai cinesi, che inventarono anche quasi tutto quello che l'Europa ha re-inventato.
Gli indù avevano capito prima di tutti che la terra era rotonda e i Maya avevano creato il calendario più preciso di tutti i tempi.
***
Nel 1493, il Vaticano regalò l'America alla Spagna e fece dono dell'Africa nera al Portogallo, «affinché le nazioni barbare siano ricondotte alla fede cattolica». A quel tempo, l'America aveva un numero di abitanti quindici volte più grande di quello della Spagna e l'Africa nera cento volte più grande di quello del Portogallo.
Così come aveva ordinato il Papa, le nazioni barbare furono ricondotte...eccome.
***
Tenochtitlán, il centro dell'impero azteca, era d'acqua. Hernán Cortés demolì la città, fino all'ultima pietra, e con le macerie coprì i canali dove navigavano duecentomila canoe. Questa fu la prima guerra dell'acqua in America. Adesso Tenochtitlán si chiama Città del Messico. Dove scorreva l'acqua, corrono le automobili.
***
Il monumento più alto dell'Argentina era stato innalzato in omaggio al generale Roca, che nel XIX secolo aveva sterminato gli indios della Patagonia.
Il viale più lungo dell'Uruguay porta il nome del generale Rivera, che nel XIX secolo aveva sterminato gli ultimi indios charrúas.
***
John Locke, il filosofo della libertà, era azionista della Royal Africa Company, che comprava e vendeva schiavi.
Agli albori del diciottesimo secolo, il primo dei borboni, Filippo V, inaugurò il suo regno firmando un contratto con suo cugino, il re di Francia, affinché la Compagnie de Guinée vendesse neri in America. A ognuno dei due spettava un 25 per cento dei guadagni.
Nomi di alcune navi negriere: Voltaire, Rousseau, Gesù, Speranza, Uguaglianza, Amicizia.
Due dei Padri Fondatori degli Stati Uniti svanirono nella nebbia della storia ufficiale. Nessuno ricorda Robert Carter o Gouverner Morris. L'amnesia fu la ricompensa per i loro atti. Carter fu l'unico sostenitore dell'indipendenza che liberò i suoi schiavi. Morris, redattore della Costituzione, si oppose alla clausola secondo la quale uno schiavo equivaleva ai tre quinti di una persona.
«La nascita di una nazione», la prima superproduzione di Hollywood, venne proiettata per la prima volta nel 1915 alla Casa Bianca. Il presidente, Woodrow Wilson, la applaudì in piedi. Lui era l'autore dei testi del film, un canto razzista inneggiante al Ku Klux Klan.
***
Alcune date:
Dall'anno 1234 e per i sette secoli successivi la Chiesa Cattolica proibì che le donne cantassero nei templi. Le loro voci erano impure, per quella storia di Eva e del peccato originale.
Nell'anno 1783 il re di Spagna decretò che non erano disonorevoli i lavori manuali, i cosiddetti «mestieri umili», che fino ad allora avevano determinato la perdita della nobiltà.
Fino all'anno 1986 nelle scuole dell'Inghilterra era legale il castigo dei bambini con cinghie, verghe e bacchette.
***
In nome della libertà, dell'uguaglianza e della fratellanza, la rivoluzione Francese proclamò nel 1793 la Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino. Allora, la militante rivoluzionaria Olympia de Gouges propose la Dichiarazione dei Diritti della Donna e della Cittadina. La ghigliottina le tagliò la testa.
Mezzo secolo dopo, un altro governo rivoluzionario, durante la Prima Comune di Parigi, proclamò il suffragio universale. Allo stesso tempo, negò il diritto di voto alle donne per unanimità meno uno: 899 voti contrari, uno a favore.
***
L'imperatrice cristiana Teodora non disse mai di essere rivoluzionaria, né nulla di simile. Ma mille cinquecento anni fa l'impero bizantino fu, grazie a lei, il primo luogo al mondo dove l'aborto e il divorzio furono diritti delle donne.
***
Il generale Ulises Grant, vincitore nella guerra del nord industriale contro il sud schiavista fu poi presidente degli Stati Uniti.
Nel 1875, rispondendo alle pressioni britanniche, rispose:
-fra duecento anni, quando avremo ottenuto dal protezionismo tutto quello che ci può offrire, anche noi adotteremo il libero commercio.
Così, nell'anno 2075, la nazione più protezionista del mondo adotterà il libero commercio.
***
Lootie, «Piccolo bottino», fu il primo cane pechinese a giungere in Europa. Arrivò a Londra nel 1860. Gli inglesi lo battezzarono così perché faceva parte del bottino strappato alla Cina, alla fine delle due lunghe guerre dell'oppio.
Vittoria, la regina del narcotraffico, aveva imposto l'oppio a cannonate. La Cina fu trasformata in una nazione di drogati, in nome della libertà, la libertà del commercio.
In nome della libertà, la libertà del commercio, il Paraguay fu distrutto nel 1870. Dopo una guerra di cinque anni, questo paese, l'unico paese delle Americhe che non doveva un centesimo a nessuno, inaugurò il suo debito estero. Alle sue fumanti rovine giunse, da Londra, il primo prestito. Fu destinato per pagare un enorme indennizzo al Brasile, all'Argentina e all'Uruguay. Il Paese assassinato pagò ai paesi assassini lo sforzo che avevano fatto per assassinarlo.
***
Anche Haiti pagò un enorme indennizzo. Da quando nel 1804 aveva conquistato la sua indipendenza, la nuova nazione distrutta per un secolo e mezzo dovette pagare alla Francia una fortuna per espiare il peccato della sua libertà.
***
Le grandi imprese negli Stati Uniti godono dei diritti umani. Nel 1886 la Suprema Corte di Giustizia estese i diritti umani alle corporazioni private ed è ancora così.
Pochi anni dopo, in difesa dei diritti umani delle loro imprese, gli Stati Uniti invasero dieci paesi, in diversi mari del mondo.
Allora Mark Twain, dirigente della Lega Antimperialista, propose una nuova bandiera, con piccoli teschi al posto delle stelle, e un altro scrittore, Ambrose Bierce, ebbe a sentenziare:
-La guerra è il cammino scelto da Dio per insegnarci la geografia.
***
I campi di concentramento nacquero in Africa. Gli inglesi iniziarono l'esperimento e i tedeschi lo misero a punto. Hermann Göring applicò in Germania il modello che il suo papà aveva sperimentato, nel 1904, in Namibia. I maestri di Joseph Mengele avevano studiato, nel campo di concentramento della Namibia, l'anatomia delle razze inferiori. I cobayos erano tutti neri.
***
Nel 1936, il Comitato Olimpico Internazionale non tollerava insolenze. Nelle Olimpiadi del 1936, organizzate da Hitler, la squadra di calcio del Perù sconfisse per 4 a 2 quella dell'Austria, il paese natale del Führer. Il Comitato Olimpico annullò la partita.
***
A Hitler non mancarono amici. La Fondazione Rockefeller finanziò ricerche razziali e razziste della medicina nazi. La Coca-Cola inventò la Fanta, in piena guerra, per il mercato tedesco. L'Ibm rese possibile l'identificazione e la classificazione degli ebrei e questa fu la prima applicazione su vasta scala del sistema delle schede perforate.
***
Nel 1953 scoppiò la protesta operaia nella Germania comunista. I lavoratori occuparono le strade e i carri armati tedeschi si incaricarono di farli star zitti. Allora Bertold Brecht propose: «Non sarebbe più facile che il governo sciogliesse il popolo e ne scegliesse un altro?»
***
Operazione marketing. L'opinione pubblica è il target. Le guerre si vendono mentendo, così come si vendono le automobili.
Nel 1964 gli Stati Uniti invasero il Vietnam, perché il Vietnam aveva attaccato due navi degli Stati Uniti nel golfo di Tonchino. Quando la guerra aveva già fatto fuori un sacco di vietnamiti, il ministro della Difesa, Robert McNamara, ammise che l'attacco di Tonchino non c'era mai stato.
Quarant'anni dopo, la storia si è ripetuta in Iraq.
***
Migliaia di anni prima che l'invasione nordamericana portasse la Civiltà in Iraq, in quella terra barbara era nato il primo poeta d'amore della storia universale. In lingua sumera, scritto sull'argilla, il poeta narrò l'incontro di una dea e di un pastore. Inanna, la dea, quella notte amò come se fosse mortale. Damuzi, il pastore, quella notte fu immortale.
***
Paradossi erranti, paradossi intriganti:
L'Aleijandinho, l'uomo più brutto del Brasile, creò le più belle sculture dell'era coloniale americana.
Il libro di viaggi di Marco Polo, avventura della libertà, fu scritto nel carcere di Genova.
Don Chisciotte della Mancia, altra avventura della libertà, nacque nel carcere di Siviglia.
Furono dei nipoti degli schiavi neri a creare il jazz, la più libera delle musiche.
Uno dei migliori chitarristi jazz, il gitano Django Reinhardt, aveva solo due dita nella mano sinistra.
Non aveva mani Grimod de la Reynière, il grande maestro della cucina francese. Scriveva, cucinava e mangiava con un uncino.
Copyright IPS
traduzione Marcella Trambaioli
Editoriale di Tariq Ali e intervista al giornalista pachistano Ahmad Ejaz su Omicidio Benazir Bhutto
vi rigiro l'editoriale di Tariq Ali pubblicato su "Il Manifesto" di ieri in merito all'omicidio di Benazir Bhutto; sullo stesso tragico evento è molto interessante anche l'intervista al giornalista pachistano Ahmad Ejaz fatta da Gianluca Ursini di Peace Reporter.
L'esito finale del dispotismo
Tariq Ali
Anche quelli di noi che avevano criticato aspramente il comportamento e le scelte politiche di Benazir Bhutto - sia quando era al potere che più di recente - sono sbalorditi e arrabbiati per la sua morte. L'indignazione e la paura tormentano ancora una volta il paese. È stata questa bizzarra coesistenza di dispotismo militare e anarchia a creare le condizioni che hanno portato al suo assassinio, avvenuto ieri a Rawalpindi. In passato il governo militare aveva la pretesa di garantire l'ordine, e per alcuni anni lo ha fatto. Ora non più. Oggi esso crea disordine, promuove l'assenza della legge. In quale altro modo possiamo spiegare il licenziamento del presidente e di altri otto giudici della Corte suprema pakistana, cacciati per aver tentato di rendere la polizia e le agenzie di intelligence responsabili del loro operato davanti ai giudici?
Quelli che hanno preso il loro posto non hanno il fegato di fare niente, figuriamoci condurre un'inchiesta sui misfatti di quelle agenzie, un'inchiesta che incoraggi a giungere alla verità che sta dietro l'omicidio, accuratamente organizzato, di una importante leader politica. Come può il Pakistan, oggi, essere altro che un luogo dove esplode la disperazione? Si dà per scontato che gli uccisori fossero dei fanatici jihadisti. È possibile che sia vero, ma hanno agito da soli?
Secondo le persone che le erano vicine, Benazir era stata tentata di boicottare le elezioni truccate, ma le è mancato il coraggio politico di sfidare Washington. Aveva moltissimo coraggio fisico e si era rifiutata di lasciarsi intimorire dalle minacce provenienti da oppositori locali. Aveva tenuto un comizio elettorale al Liaquat Bagh, un famoso parco intitolato al primo premier del paese, Liaquat Ali Khan, ucciso da un killer solitario nel 1953. Il suo assassino, Said Akbar, fu immediatamente ucciso a sua volta per ordine di un ufficiale di polizia coinvolto nel complotto.
Un tempo, non lontano da lì sorgeva una struttura coloniale dove venivano tenuti prigionieri i nazionalisti. Era il carcere di Rawalpindi. È qui che il padre di Benazir, Zulfiqar Ali Bhutto, fu impiccato nell'aprile 1979. Il tiranno militare responsabile del suo omicidio legalizzato volle che il luogo della tragedia fosse distrutto.
La morte di Bhutto avvelenò le relazioni tra il suo Partito del popolo pakistano e l'esercito. Gli attivisti del Partito, in particolare nella provincia di Sind, furono brutalmente torturati, umiliati, e in alcuni casi sparirono o furono uccisi.
La turbolenta storia pakistana, risultato dei continui governi militari e di alleanze globali impopolari, mette ora di fronte a scelte serie l'élite al potere. Questa non sembra affatto avere intenzioni positive. La stragrande maggioranza del paese disapprova la politica estera del governo. La gente è arrabbiata per la mancanza di una seria politica interna, a parte l'arricchimento ulteriore di un'élite insensibile e avida comprendente un esercito gonfiato e parassitario, e ora assiste impotente all'omicidio di leader politici davanti ai suoi occhi.
Ieri Benazir era sopravvissuta allo scoppio della bomba, ma è stata abbattuta dai proiettili che hanno colpito la sua automobile. Gli assassini, memori di avere fallito a Karachi un mese fa, questa volta avevano raddoppiato le cautele. La volevano morta.
Ora è impossibile che si tengano le elezioni politiche, sia pure truccate. Bisognerà rimandarle, e l'alto comando dell'esercito senza dubbio sta considerando un'altra dose di governo militare se la situazione dovesse peggiorare, cosa assai probabile. Quella che si è verificata ieri è una tragedia a più livelli. È una tragedia per un paese che si avvia verso altri disastri. Uragani e cicloni lo aspettano. Ed è una tragedia personale. La casa della famiglia Bhutto ha perso un altro membro. Padre, due figli, e ora una figlia, sono tutti morti di morte violenta. Incontrai Benazir per la prima volta a Karachi, a casa di suo padre, quando lei era un'adolescente che amava divertirsi e poi, più tardi, quando era a Oxford. Non era una politica «naturale»: aveva sempre desiderato intraprendere la carriera diplomatica, ma la storia e la tragedia personale l'hanno spinta nell'altra direzione. La morte di suo padre l'aveva trasformata. Era diventata una persona nuova, determinata a sfidare il dittatore militare dell'epoca. Si era trasferita in un minuscolo appartamento a Londra, dove discutevamo per ore e ore sul futuro del paese. Pensava anche lei che le riforme agrarie, le campagne di alfabetizzazione di massa, l'assistenza sanitaria e una politica estera indipendente fossero obiettivi concreti e cruciali, se si voleva salvare il paese dagli avvoltoi con o senza uniforme. Il suo elettorato era costituito dai poveri, e ne andava fiera. Dopo essere diventata premier, cambiò di nuovo. Inizialmente discutevamo e, in risposta alle mie numerose proteste, si limitava a osservare che il mondo era cambiato. Non poteva stare «dalla parte sbagliata» della storia. E così, come tanti altri, fece la sua pace con Washington. È stato questo che, alla fine, ha portato all'accordo con Musharraf e al suo ritorno a casa dopo oltre un decennio di esilio. In una serie di occasioni, in passato, mi disse che non temeva la morte. Era uno dei pericoli, per chi fa politica in Pakistan. È difficile immaginare che da questa tragedia possa scaturire qualcosa di buono, ma c'è una possibilità. Il Pakistan ha disperatamente bisogno di un partito politico capace di esprimere i bisogni sociali di una massa di persone. Il partito del popolo fondato da Zulfiqar Ali Bhutto fu costruito dagli attivisti dell'unico movimento popolare di massa che il paese abbia mai conosciuto: gli studenti, i contadini e i lavoratori, che combatterono per tre mesi, nel 1968-69, per rovesciare il primo dittatore militare del paese. Essi lo vedevano come il loro partito e questo sentimento, nonostante tutto, in alcune parti del paese resiste ancora. La terribile morte di Benazir dovrebbe spingere i suoi colleghi a una pausa di riflessione. Talvolta dipendere da una persona o da una famiglia può essere necessario, ma per un'organizzazione politica è una debolezza strutturale, non una forza. Il Partito del popolo ha bisogno di essere rifondato come un'organizzazione moderna e democratica aperta alla discussione e a un dibattito onesto, che difenda i diritti umani e sociali, che unisca i diversi gruppi e i singoli individui che in Pakistan sono alla disperata ricerca di una qualsiasi alternativa appena decente, e che faccia proposte concrete per stabilizzare un Afghanistan occupato e devastato dalla guerra. Questo può e deve essere fatto. Alla famiglia Bhutto non si chiedano altri sacrifici.
Tariq Ali
Trad. Marina Impallomeni
venerdì 28 dicembre 2007
Gli auguri di Eugenio Melandri
Hola carissim*,
vi rigiro gli auguri per queste feste di Eugenio Melandri.
Caire atque vale
Giuseppe
Corre inesorabilmente il tempo. Siamo di nuovo alla fine di un anno. E, di
nuovo, da una parte guardiamo indietro, per capire dove siamo arrivati e,
dall’altra, gettiamo lo sguardo oltre il muro, per cogliere il futuro che ci
aspetta.
La vita di ognuno di noi puo’ paragonarsi a un viaggio. Giorno dopo giorno,
ora dopo ora. Con la sfida, insita nella nostra stessa umanita’, di lasciare
a chi verra’ dopo di noi un mondo piu’ abitabile e piu’ umano.
Fa parte del nostro universo culturale la speranza in un domani migliore:
l’eta’ dell’oro sta davanti a noi, non dietro di noi. Un atto di fede che ci
permette di impegnarci, di lavorare, spesso anche instancabilmente, di
soffrire, a volte anche di morire, pur di dare mani, gambe, vita a questo
futuro migliore. Anche quando le cose non marciano come vorremmo. Anche se
ci sono difficolta’ che sembrano insormontabili.
E arriviamo cosi’ al cuore piu’ profondo dell’essere umano. Piccolo e
fragile, come il Bambino della grotta di Betlem, come ogni bambino che,
nascendo, porta una carica di novita’ a questo vecchio mondo. Ma, allo
stesso tempo, grande e suggestivo, unico e irripetibile.
Il poeta indiano Tagore scriveva che ogni bambino che nasce ci da’ la
certezza che Dio non si e’ ancora stancato di noi. E’ vero, ogni nascita e’
un miracolo. E’ l’incarnarsi della speranza. Il farsi storia dell’utopia. Al
di la’ della fede di ognuno, Natale, ogni Natale, in qualsiasi parte del
mondo avvenga - e’ questo irrompere strepitoso di vita dentro la nostra
stanchezza.
Non e’ strano che proprio a dicembre, alla fine di un anno di storia, siamo
quasi costretti a porci le domande di fondo, che toccano la nostra identita’
umana. A incontrarci con la vita che ha il volto di un bambino che nasce.
Lontano dai palazzi. Avvolto in pochi panni. Deposto in una greppia. A
significare la grandezza di ogni vita. Al di la’ delle ricchezze, del
potere, degli orpelli che tanto facilmente costruiamo perche’ ci manca il
coraggio di andare all’essenza delle cose.
Ogni persona che nasce in questo mondo e’ unica e irripetibile. Va amata e
rispettata in se stessa. Non per quello che ha, ma per quello che e’. Non
per le cose che fa, ma per la novita’ di cui e’ portatrice.
Sessant’anni fa veniva promulgata la carta universale dei diritti umani. E’
vero: ancora oggi, a tanti anni di distanza, troppe persone non hanno ancora
la possibilita’ di godere pienamente di questi diritti. E’ il segno della
grande contraddizione che ci portiamo dentro. Siamo capaci di rinnovare ogni
giorno il miracolo della vita che nasce come frutto d’amore, ma siamo anche
capaci di rifiutare le vita, di renderla dura e difficile. Perfino di dare
la morte. Ma e’ pur anche vero che - e la proclamazione della carta dei
diritti umani lo dimostra - ci portiamo dentro la nostalgia di un mondo dove
la vita di tutti sia posta al centro, sia davvero e sempre rispettata come
sacra.
Dicembre e’ un mese di confine. Da un lato ci richiama alla vita che nasce,
e dall’altro “con il morire dell’anno” ci spinge a fare i conti con la
nostra fine. Con la morte. Perche’ e’ vero che quando nasciamo cominciamo a
morire.
Forse per dirci che, se vogliamo dare un senso profondo ed umano anche al
nostro dover morire, siamo sfidati a fare di tutto perche’ ad ogni bambino
che nasce sia data la possibilita’ di vivere. E di vivere in pienezza.
Auguri
Eugenio
domenica 23 dicembre 2007
Festeggiamo la moratoria sulle esecuzioni: a Napoli Avitabile, Khaled e Bregovic nel concerto di Capodanno dedicato ad Amnesty International
"Festeggiamo la moratoria sulle esecuzioni": a Napoli Enzo Avitabile, Khaled e Goran Bregovic nel concerto di Capodanno dedicato ad Amnesty International
Il grande concerto di Capodanno di Napoli sarà quest’anno dedicato ad Amnesty International e alla sua campagna per l’abolizione della pena di morte.
A celebrare l’inizio del 2008 in piazza del Plebiscito ci saranno Enzo Avitabile, Khaled e Goran Bregovic.
“Vogliamo iniziare con la musica, insieme a decine di migliaia di persone, un anno fondamentale nella campagna per l’abolizione della pena di morte” - ha detto Enzo Avitabile, storico testimonial di Amnesty International e promotore dell’iniziativa.
“Quella di Napoli sarà una grande notte di spettacolo per festeggiare la storica risoluzione adottata dalle Nazioni Unite martedì 18 dicembre, che ha introdotto una moratoria sulle esecuzioni” – ha dichiarato Riccardo Noury, portavoce della Sezione Italiana di Amnesty International.
L’associazione esprime profondo apprezzamento per la sensibilità dimostrata dagli artisti e dall’assessora al Turismo, grandi eventi, spettacoli e pari opportunità del Comune di Napoli, dott.ssa Valeria Valente.
Una buona notizia: l'ONU ha approvato la mozione per la moratoria della pena di morte
Hola carissim*,
ogni tanto una bella notizia, che ce ne era proprio bisogno: settimana scorsa l'Assemblea dell'ONU ha approvato la moratoria della pena di morte; 104 voti a favore, 54 contrari e 29 astenuti, un risultato migliore di quanto ci si aspettasse. E' solo un primo passo, ma importante e soprattutto di buon augurio per l'anno che viene.
Ma siccome noi non ci accontentiamo mai, ora puntiamo ad altre moratorie: quella assoluta delle guerre e quello degli omicidi sul lavoro (che ancora qualcuno chiama incidenti...); in merito a ciò vi rigiro i commenti di Enrico Peyretti e Gabriele Polo.
Caire atque vale
Giuseppe
Il 18 dicembre l'Italia ha ottenuto dall'Assemblea dell'Onu la moratoria
delle esecuzioni delle sentenze di morte. Ottima cosa. Sara' rispettata? A
quando la moratoria effettiva - gia' dichiarata nel 1928 nel patto
Briand-Kellogg e poi nella Carta dell'Onu - della guerra? Le vittime della
guerra sono innocenti, non hanno neppure le colpe delle vittime dei
tribunali. Queste potrebbero dire, riguardo alle prime, le parole generose
di quel ladrone: "Noi riceviamo la giusta pena, lui invece non ha fatto
nulla di male". Oggi gli stati che accetteranno la moratoria tireranno giu'
il ladrone dalla croce, ma vi lasceranno l'innocente, oggi che la croce e'
la guerra tecnologica contro i popoli.
Enrico Peyretti
Ci son voluti più di duecentocinquant'anni perché i princìpi illustrati da Cesare Beccaria nel suo famoso libretto su delitti e pene assumessero la forma solenne del voto con cui l'Onu ha chiesto la fine del castigo mortale con cui gli stati si fanno boia. E ci sono voluti quasi sessant'anni per tradurre la dichiarazione dei diritti fondamentali degli uomini delle Nazioni unite in un atto che - almeno a livello di principio - garantisca il più elementare tra i diritti, quello all'esistenza, senza negare il dovere del giudizio morale e giuridico sulle azioni dei singoli individui. Ma nonostante questi ritardi bisogna salutare con gioia la moratoria votata ieri: un atto di civiltà che magari non eviterà nuovi delitti di stato mache ridà forza e dignità a un organismo internazionale troppo spesso svuotato e reso «innocuo». E, in tempi in cui la forza prevale sul diritto, non è poca cosa. Il voto di ieri è stato anche un successo del nostro governo. L'Italia, all'inizio, è stata tirata un po' per i capelli in questa avventura internazionale: in troppi dicevano che non sarebbe stato possibile, che gli Usa lo avrebbero impedito e che - in subordine - fare un dispetto all'amico americano sarebbe risultato sgradevole o inopportuno. Ma così non è stato e, alla fine, il governo di centrosinistra sulla moratoria si è molto impegnato. E di ciò gli va dato atto. Semmai stride un po' la contraddizione evidente tra quest'impegno per i diritti individuali a livello internazionale e l'incapacità di tradurla sul piano interno[...]Tuttavia non si può avere tutto nella vita e, per oggi, incassiamo il voto dell'Onu e la bella figura che ci facciamo dentro. Eppure in questa felice giornata c'è qualcosa che offusca la messa in mora della pena di morte. E' un'altra pena, quella della strage continua che avviene sui luoghi di lavoro. Lì di moratoria non si parla proprio: ieri cinque morti in poche ore, una media impressionante, che getta al vento tutti i pianti fatti dopo la strage di Torino, che sembra render vano ogni provvedimento in materia di sicurezza sul lavoro. Perché, in questo caso (e ancor di più che sulla pena di morte), nessun voto e nessun provvedimento giuridico può bastare senza prima rimettere il ruolo del lavoro e le condizioni dei lavoratori al centro dell'interesse comune. Con una svolta di 180 gradi rispetto alla mercificazione operata nell'ultimo ventennio. Una scelta politica da cui, poi, potrebbero venire le leggi, i contratti, gli stanziamenti per garantire al sicurezza sul lavoro. Cioè per pensare alla vita finché è ancora viva.
Gabriele Polo
sabato 22 dicembre 2007
Amleto a Rebibbia
mi sembra una segnalazione interessante.
Caire atque vale
Giuseppe
La Ribalta (Centro Studi e Archivio Storico Enrico Maria Salerno) con Blob e la Compagnia dei Liberi Artisti Associati Rebibbia N.C. Vi augurano Buone Feste con Amleto a Rebibbia Lunedì 24 dicembre alle 20.10 su RAI 3
venerdì 7 dicembre 2007
Quale sicurezza?
la parola sicurezza è sulla cresta dell'onda politica ormai da parecchi anni, ma tale vocabolo viene declinato sempre e solo come sicurezza nei confronti di episodi, di minore o maggiore gravità, di microcriminalità violenta e per di più sempre con accenti di repressione e mai di prevenzione. Al contrario io penso che non vadano trascurate molte altre sfaccettature di quel termine che invece finiscono puntualmente nel dimenticatoio: sicurezza del e sul lavoro, sicurezza di una vecchiaia dignitosa, sicurezza di un diritto uguale per tutti, etc. etc.
In quest'ottica vi propongo l'editoriale de "Il Manifesto" di ieri 7 dicembre in merito alla tragedia alla Thyssenkrupp di Torino (Nota: 'articolo parla di un solo morto, ora che scrivo il sinistro conteggio è già arrivato a 4).
Caire atque vale
Giuseppe
Flessibili da morire
Loris Campetti
Era molto flessibile Antonio,
un giovane di 36 anni ucciso
ieri alla Thyssenkrupp di
Torino. Ucciso non da un incidente,
non da un infortunio: ucciso
dallo sfruttamento selvaggio che
fa tirare amille gli impianti fino a far
esplodere le macchine e costringe a
un lavoro bestiale gli operai. Al momento
in cui quel maledetto tubo
che trasportava olio bollente è stato
colpito da una scintilla sprigionatasi
dal quadro elettrico s'è spezzato, trasformandosi
in un lanciafiamme, Antonio
e una decina di ragazzi come
lui sono stati colpiti. Tutto e tutti
hanno preso fuoco, gli estintori non
funzionavano, la linea 5 delle ex Ferriere
sembrava una città bombardata
con il napalm, raccontano i sopravvissuti.
Quando si è trasformato
in una torcia umana, alle due di notte,
Antonio era alla quarta ora di straordinario.
Dunque era alla dodicesima
ora di lavoro in quell'inferno.
Antonio era molto flessibile, come
tutti gli altri ragazzi della Thyssenkrupp.
Alle 12 ore di lavoro ne aggiungeva
ogni giorno due o tre di
viaggio da casa, nel Cuneese, alla fabbrica,
e ritorno. Non è che gli restasse
molto tempo per la sua compagna
e i suoi tre bambini, la più grande
di 6 anni e il più piccolo di 2mesi.
Antonio era proprio il tipo di operaio
di cui ha bisogno un padrone tedesco
che decide di chiudere la fabbrica
di Torino per portare la produzione
in Germania,ma prima di mettere
i sigilli agli impianti vuole tirare fino
all'ultima goccia di sangue alle
macchine e agli uomini, ai ragazzi.
Per questo una decina di loro ha preso
fuoco, nel 2007, nell'occidente
avanzato, sotto il comando di Thyssenkrupp,
un nome che se scomposto
in due rimanda ad altri fuochi, a
un altro secolo, a un'altra guerra.
C'è la fila, adesso, di quelli che si
lamentano per la mancanza di sicurezza
sul lavoro. Forse tutti si erano
distratti: presi com'erano a combattere
l'insicurezza provocata dai rumeni
si sono dimenticati della guerra
quotidiana in fabbrica, nei campi,
nei cantieri. Chi oggi dice che servono
maggiori misure di sicurezza sul
lavoro dovrebbe aggiungere che il
modello sociale ed economico dominante
è criminale. Chi chiede di produrre
di più, per più ore nel giorno e
per più anni nella vita è corresponsabile
dei crimini quotidiani sul lavoro.
La sicurezza è incompatibile con
l'accumulazione selvaggia, togliendo
dignità e diritti ai lavoratori si aumenta
l'insicurezza, sul lavoro e nella
vita.
I teorici del liberismo, della fine
del welfare, di quella che spudoratamente
chiamano flessibilità ma che
per noi è precarietà, hanno tutti i diritti
nella nostra società. Ma uno almeno
non ce l'hanno: quello di piangere
i morti sul lavoro perché quei
morti sono vittime della loro cultura
e della loro fame di danaro e di potere.
I tre bambini di quel paesino del
cuneese che si chiama Envie non
sanno che farsene delle loro lacrime.
E noi con loro.
Probabilmente i cancelli della fabbrica
torinese della Thyssenkrupp
non riaprirà mai più. Speriamo che
non riapra più, il prezzo da pagare
per tenerla aperta è troppo alto.
martedì 4 dicembre 2007
Un utile servizio per segnalare pratiche commerciali scorrette e pubblicità ingannevoli e/o comparative
vi volevo segnalare che l'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha avviato un servizio per la segnalazione di pratiche commerciali scorrette e pubblicità ingannevoli e/o comparative tranite il numero verde (ovviamente gratuito) 800166661 attivo dal lunedì al venerdì dalle 10.00 alle 14.00.
Come mio solito, non ho perso tempo e ho immediatamente telefonato per segnalare la campagna pubblicitaria dell'offerta SuperInternet di Wind grazie alla quale possiamo avere GRATIS 50 ore di navigazione pagando solo 9 €/mese...ma, come dire, è gratis o pago 9 €/mese???
Guardate le foto qua sotto o, meglio, date un'occhiata ai cartelloni con i quali, a questo punto, non solo deturpano le nostre città, ma ci prendono pure per i fondelli.
Caire atque vale
Giuseppe
giovedì 29 novembre 2007
Ancora su Genova 2001 e su Federico Aldrovandi...
Da Repubblica OnLine Edizione di Genova
Da La Nuova Ferrara OnLine
Non ho parole, i particolari sono sempre più inquietanti...
Caire atque vale
Giuseppe
L'unione fa la forza o...a forza si farà l'unione?
l'ansia di unirsi a sinistra del Partito Democratico è tale che sono stati lanciati più appelli (ovviamente indipendenti l'uno dall'altro...) affinchè i vari soggetti partitici, associativi, movimentisti che si definiscono appartenenti alla galassia della sinistra e dell'ambientalismo si uniscano. Come poteva mancare un appuntamento per unire gli appelli unitari? Insomma, con una buona dose di scetticismo e disincanto, se riuscirò ad uscire per tempo dall'ufficio, penso che andrò a sentire cosa hanno da dire.
Caire atque vale
Giuseppe
Idee a confronto tra i promotori degli appelli per la costituente e i partiti della sinistra, le organizzazioni sindacali, sociali, i movimenti, gli uomini e le donne di sinistra
mercoledì 28 novembre 2007
Copio dal blog dell'Imprecario e volentieri diffondo
il pezzo sottostante l'ho copiato pari pari dal blog dell'Imprecario in quanto mi sembra giusto dargli massima diffusione.
Caire atque vale
Giuseppe
Cronaca di una manifestazione senza stravolgimenti mediatici
Intro (di imPrecario)
Ripubblichiamo qui in vesione integrale la cronaca a caldo di
il pezzo sottostante l'ho copiato pari pari dal blog Alba sulla manifestazione di Sabato. L'autrice, intristita dal fatto che un pezzo decontestualizzato del suo post fosse finito in un articolo di liberoblog, sotto una foto ritraente streghe minacciose torbidamente avvolte da uno striscione inneggiante alla violenza, e che alcune parole da lei scritte (opportunamente linkiate da quei volponi di libero) puntassero a sponsor pornosoft, aveva deciso in prima istanza di mandare gli artefici di suddetta manipolazione a .... pregare. Su consiglio (malevolo) del sottoscritto e sobillamento di tendenziosi blog sudisti ha autorizzato (come da licenza CC) la replicazione e diffusione della suddetta cronaca. Si invitano tutt* i/le bloggers solidali a fare altrettanto ed a diffondere un po' di informazione libera da libero
ed ora bando alle ciance posto al post (di Alba)
Bene, dopo un attento esame e partecipazione nel dibattito per la manifestazione contro il “femminicidio” in atto nel nostro bel paese formaggioso, femminicidio fatto passare puntualmente come un fatto di cronaca nera da far analizzare e smanettare a piacimento dai bruni vespi quotidiani… decido di partecipare e di incontrare Imprecario e Fika sicula. (Col primo ci sono riuscita con la seconda … ci siamo perse, ma non per sempre). Tornavo da un colloquio con i professori di mia figlia per discutere del suo disagio e della sua frequenza scolastica. Bene, superata la prova cappottino grigio e valutazioni serene sul da farsi con il corpo docente, prendo il telefono e chiamo espertona di adolescenza per sostegno figlia. Anche lì, piena comprensione e disponibilità sostegno. Ogni tanto mi viene il pensiero che è da tre mesi che l’azienda non mi paga … ma il pensiero passa. Mi chiama l’amica ostetrica dal sud … che mi dice di non aver trovato bus per la manifestazione ma che vuole continuare a seguire la faccenda, lei i suoi colleghi e le sue colleghe, che ogni 31 dicembre assistono alla gara che fanno i ginecologi per essere pubblicizzati dalla nascita di un bimbo del nuovo anno … costringendo le donne partorienti alle torture indotte per un parto in corsa col tempo!
Arrivo in piazza, mi chiama la figlia dicendo che all’uscita della scuola dei ragazzi hanno distribuito volantini contro la manifestazione … e che quindi lei e i suoi compagni non hanno voglia di venirci, preferiscono stare tra di loro. Io chiedo chi erano. Non si sa. E penso… ma vedi un po’ … che cosa strana … la guerra coi ragazzini … poi un lampo … sti ragazzini fra due anni votano! Ma certo! Tra due anni questi ragazzini voteranno! Ecco perché! Zitti zitti sotto sotto, tra bullismo e tifoserie, qui si coltiva il nuovo elettore … Intanto impazza un temporale micidiale con fulmini saette e tuoni. Armata d’ombello arrivo in piazza. Niente pioggia … solo musica colori e danze di donne rom … Mi accordo con Imprecario che è andato alla riunione di e nel frattempo incontro colleghe di lavoro, a sorpresa, anche direttrici artistiche e non della mia azienda, mi accodo con amiche giovanissime simpatiche e ci mettiamo all’inizio del corteo con le separatiste perché c’è buona musica, per ballare … insieme a tutte le donne di tutte le età … molti fotografi … alcuni vengono allontanati … allora indietreggiamo … andiamo nei gruppi misti … anche lì musica balli e giovanissime e giovanissimi e vecchietti con cartelli “IO SONO UN UOMO NUOVO”. Nonna vestita da nonna e nipotina rasta che gridano “Meno famiglia più parapiglia”. Musica entusiasmo, donne uomini, razze e colori. Niente servizi d’ordine ma dialettica sempre aperta. Improvvisamente entrano pezzi di uomini con vestiti oscuri intorno a Prestigiacomo e Carfagna. Gentilmente da alcune anziane partecipanti vengono allontanate. Il gesto più violento è stato un megafono che ha gridato “Fuori il fascismo dal corteo, fuori la Prestigiacomo”. Un corteo lunghissimo. Incontro i ragazzi della Contact dance con cui ho passato l’estate che facevano video. Incontro amica che lavora in un centro di Antiviolenza e assistenza alla maternità. Incontro Amica argentina docente dell’università di matematica e fisica della Sapienza. Con loro attraverso tutto il corteo per le foto e per cercare l'amica siciliana col grande cappello rosa. Ci fermiamo anche a farci un gelato con donne e bambini. Arriviamo fino ai poliziotti in tenuta antisommossa e 6 camioncini carabinieri e a seguire macchine che puliscono la strada. Ritorniamo in su e finalmente, è già buio, siamo a piazza Navona dove proiettano le testimonianza dei centri antiviolenza. Di fronte allo schermo c’è un piccolo palchetto. Vicino il camion della 7. Appoggiate su delle macchine, la Turco e la Pollastrini. Nessuno ha detto nulla, sono lì come donne, a vedere, camminare e sono dimesse. Improvvisamente salgono sul palchetto per le interviste. Il che è strano. Non intervistano le organizzatrici o le partecipanti ma loro. Alcune delle partecipanti quindi le allontanano e occupano il palchetto (più che altro era una specie di gazebo messo in alto). Grande applauso per questa mossa. Io anche batto le mani perché … NON E’ PIU’ POSSIBILE FARE COSI’!!!
Io credo bisognerà lavorare sui significati e i significanti del linguaggio … riprendersi la terra e la parola ... parafrasando: dove “Buongiorno significa davvero Buongiorno!!!”
venerdì 23 novembre 2007
24 novembre 2007: Manifestazione Nazionale contro la violenza sulle donne
domani qui a Roma si svolgerà la Manifestazione Nazionale contro la Violenza sulle Donne; punto focale del tutto sarà il porre l'attenzione sul fatto che la violenza sule donne sia un dato strutturale e strutturato nella nostra società e soprattutto sul fatto che essa non è rappresentata da devianze di vario genere in quanto l'80% dei casi di violenza sulle donne avviene all'interno delle cerchia di parentela e conoscenze.
Purtroppo l'Assemblea delle Donne ha deciso che quella di domani debba essere una manifestazione di sole donne; per decenza evito di trascrivere quel che ho pensato quando ho ricevuto questa notizia.comunque ritengo utile segnalarvi un appello cui ho aderito ed un appuntamento per uno spazio di discussione su questo scottatante tema:
Appello
Appuntamento
Caire atque vale
Giuseppe
domenica 18 novembre 2007
22 novembre 2007: La finanziaria 2008 spiegata ai cittadini
giovedì 22 novembre le associazioni Altrevie e Cara Garbatella organizzano un incontro con i giornalisti Dino Pesole (Il Sole 24 Ore) e Giuseppina Paterniti (Tg3 Rai) per illustrare i contenuti della Legge Finanziaria 2008 ai cittadini. L'appuntamento è alle ore 21.00 in Via Caffaro, 10.
Caire atque vale
sabato 17 novembre 2007
Sempre sulla questione xenofobia: un articolo di Stefano Rodotà
lo so è molto lungo, ma il tema è complesso e non è certo liquidabile in poche battute. Fate attenzione anche all'appello sullo stesso tema indicato nel post subito precedente.
Caire atque vale
Giuseppe
Da La Repubblica del 3 novembre
Stefano Rodotà
L'aggressione contro un gruppo di romeni dimostra che e' avvenuto qualcosa
che i pessimisti sentivano nell'aria. Quando sono tanto forti le emozioni, e
nessuno le raffredda e troppi le sfruttano, non soltanto diventa difficile
trovare le risposte giuste, ma si esasperano i conflitti.
Da un caso gravissimo, l'uccisione di Giovanna Reggiani, si e' passati con
troppa rapidita' all'indicazione di responsabilita' collettive. L'assassinio
e' quasi finito in secondo piano, e l'attenzione e' stata tutta rivolta a
documentare una sorta di incompatibilita' tra la nostra societa' e la
presenza romena, insistendo sulla percentuale di reati commessi da persone
provenienti da quel paese. In un clima sociale che si sta facendo sempre
piu' violento, le premesse per l'apertura della caccia al romeno, purtroppo,
ci sono tutte.
Cosi' non bastera' condannare l'accaduto. Le risposte istituzionali sono
gia' venute, e sarebbe sbagliato chiederne ulteriori inasprimenti, che
darebbero la sensazione che alla violenza si debba reagire solo con la
violenza si' che, se lo Stato arriva tardi o in maniera ritenuta inadeguata,
tutti sarebbero legittimati a farsi giustizia da se'. Alla politica si
devono chiedere non deplorazioni, ma misura; non ricerca di consenso, ma di
soluzioni ragionate.
Da anni, da troppi anni, siamo prigionieri di un uso congiunturale delle
istituzioni, che porta a misure che rispondono ad emozioni o a interessi di
breve periodo piu' che alla realta' dei problemi da affrontare. E' un
rischio che stiamo correndo anche in questi giorni, mentre avremmo bisogno
di analisi non approssimative e testa fredda nell'indicare le via d'uscita.
Di fronte alle tragedie nessuno dovrebbe fare calcoli meschini.
*
Il presidente della Repubblica ha sottolineato che le questioni
dell'immigrazione esigono responsabilita' comuni dell'Unione europea. Il
presidente del Consiglio si e' messo in contatto con il primo ministro
romeno. Dalle parti piu' diverse si e' sottolineata la necessita' di un
controllo del territorio e di una attenzione per le condizioni in cui vivono
gli immigrati. E' stata proprio una donna romena che ha consentito
l'immediato arresto dell'assassino.
Perche' allineo questi fatti? Perche', messi insieme, dimostrano la
parzialita' della tesi di chi pensa che sia sufficiente inasprire le pene,
cancellare le garanzie, far di tutt'erbe un fascio, sparare nel mucchio.
"Facimmo 'a faccia feroce" e' una vecchia tecnica di governo, ma e'
esattamente il contrario di quel che serve in situazioni come questa. E'
indispensabile, invece, una strategia integrata, fatta di cooperazione
internazionale, di legalita' a tutto campo, di efficienza degli apparati di
sicurezza, di misure per l'integrazione, di politica delle citta'. Ed e'
indispensabile una politica volta a promuovere la fiducia degli immigrati:
senza la collaborazione di quella donna, senza la rottura dello schema
dell'omerta' (purtroppo cosi' forte anche nella nostra cultura), l'assassino
non sarebbe stato individuato cosi' rapidamente. In ogni societa' la fiducia
e' una risorsa essenziale. Da soli, i provvedimenti di ordine pubblico non
ce la fanno, non ce l'hanno mai fatta.
Essere consapevoli di tutto questo non e' cattiva sociologia, ma buona
politica, anzi l'unica politica possibile. Proprio quanti si preoccupano
dell'efficienza dovrebbero esigere che si facciano passi concreti in quelle
direzioni. Proprio chi invoca la legalita' deve sapere che questa non e'
divisibile, ed e' stato giustamente notato che uno dei meriti del "pacchetto
sicurezza" e' nell'aver previsto anche una nuova disciplina del falso in
bilancio. Proprio chi fa professione di garantismo deve mostrare coerenza,
soprattutto nei momenti difficili: non si puo' essere garantisti a corrente
alternata.
Non sto sostenendo che il problema e' "ben altro". Cerco di dire che non ci
si puo' mettere la coscienza in pace con un decreto e una raffica di
espulsioni, dando cosi' all'opinione pubblica la pericolosa illusione che il
problema sia risolto. Qualche sera fa, intervenendo in una trasmissione
televisiva, Pier Luigi Vigna, certo non imputabile di atteggiamenti
compiacenti verso chi viola la legalita', ha riferito la risposta di un
responsabile dell'ordine pubblico ad una sua domanda su dove fossero finiti
i lavavetri scomparsi dalle vie di Firenze: "Stanno a rubare". E' l'effetto
ben noto a chi ha indagato sulla scomparsa o la diminuzione dei reati nelle
aree videosorvegliate: semplicemente i comportamenti criminali si erano
spostati nelle zone vicine. Ecco perche', se davvero si vuole uscire dalla
violenza e vincere la paura, nuove norme contenute in un decreto possono
essere un punto di partenza, vedremo fino a che punto accettabile.
*
Guardando solo agli inasprimenti della legislazione, anzi, si finisce col
distogliere lo sguardo dalla realta'. Piu' di una inchiesta di questo
giornale, ultima quella di Giuseppe D'Avanzo, ha documentato il degrado
urbano, le terribili condizioni di vita degli immigrati. Si puo' davvero
pensare che il problema si risolva con una politica delle ruspe e degli
"allontanamenti"? Con una tolleranza zero che poi non riesce neppure ad
essere tale se le forze di polizia non sono messe in grado di un controllo
intelligente e mirato del territorio, se i nuovi poteri dei sindaci
finiscono con l'indirizzare la loro attenzione verso una esasperazione del
momento dell'ordine pubblico invece di mettere al centro gli interventi
strutturali, complici le difficolta' economiche dei comuni? Si puo' certo
contare sull'effetto dissuasivo di una massiccia ondata di espulsioni. Ma
quanto potra' durare? E quali saranno gli effetti reali e i prezzi della
nuova disciplina?
Il decreto riprende lo schema delle norme di attuazione della direttiva
comunitaria del 2004 sul diritto di circolazione e di soggiorno dei
cittadini comunitari (romeni compresi), in vigore dal marzo di quest'anno,
con due significative integrazioni. La prima riguarda l'attribuzione del
"potere di allontanamento" non piu' al solo ministro dell'Interno, ma pure
al prefetto (una figura di cui si continua chiedere la scomparsa e che,
invece, ottiene cosi' una nuova e forte legittimazione). La seconda, ben
piu' incisiva, consiste nell'ampliamento delle cause che permettono
l'allontanamento del cittadino comunitario, riassunte nella formula dei
"motivi imperativi di pubblica sicurezza" che derivano dall'aver "tenuto
comportamenti che compromettono la tutela della dignita' umana o dei diritti
fondamentali della persona umana ovvero l'incolumita' pubblica, rendendo la
sua permanenza sul territorio nazionale incompatibile con l'ordinaria
convivenza". Malgrado riferimenti altisonanti come dignita' o diritti
fondamentali, siamo di fronte ad una formula larghissima, nella quale
possono rientrare le situazioni e i comportamenti piu' diversi. Come sara'
interpretata?
Qui gioca il clima in cui il decreto e' stato approvato. Non "necessario e
urgente" fino alla sera prima (sono questi i requisiti di un decreto), il
provvedimento lo diventa dopo il brutale assassinio di Roma. Poiche' si deve
supporre che il governo conoscesse gia' i dati riguardanti i reati commessi
dai romeni, sui quali si e' tanto insistito in questi giorni, la conclusione
obbligata e' che si e' utilizzato lo strumento del decreto unicamente per
rispondere all'emozione dell'opinione pubblica. E la sua applicazione
rischia di essere guidata dalla stessa ispirazione, rendendo inoperanti le
garanzie necessarie per evitare che venga travolta una liberta' essenziale
del cittadino europeo.
*
La pressione dell'opinione pubblica non e' stata alleggerita dal decreto. Al
contrario, e' stata ulteriormente legittimata, si' che bisogna attendersi
che continuera' nei confronti dei prefetti. Gia' si annunciano liste di
migliaia di persone da allontanare: questo rendera' difficilissimo motivare
in modo adeguato ciascun singolo provvedimento. E i debolissimi giudici di
pace, che dovrebbero controllare questi provvedimenti, non hanno i mezzi per
farlo in modo adeguato, si' che non se la sentiranno di pronunciare un no.
Per non parlare di un successivo ricorso al tribunale amministrativo contro
l'allontanamento, che quasi nessuno potra' concretamente proporre. La
garanzia giurisdizionale, essenziale in uno Stato di diritto, rischia cosi'
d'essere concretamente cancellata.
Alle norme del decreto bisogna guardare con distacco e preoccupazione. Con
distacco, perche' non verra' solo da esse la soluzione di problemi che,
com'e' divenuto evidentissimo proprio in questi giorni, esigono interventi
di altra qualita' per rispondere alle legittime richieste dei cittadini in
materia di sicurezza. L'ordinaria convivenza, alla quale il decreto si
riferisce, non e' un qualcosa da salvaguardare, ma da ricostruire con
responsabilita' e azioni comuni, di cui gli italiani devono essere i primi
protagonisti. Con preoccupazione, perche' le norme del decreto e il clima in
cui nasce ci spingono in una direzione che aumenta la distanza dall'"altro",
che favorisce la creazione di "gruppi sospetti", abbandonando la logica
della responsabilita' individuale.
*
Serve, davvero con "necessita' e urgenza", un'altra forma di tolleranza
zero. Quella contro chi parla di "bestie", o invoca i metodi nazisti. Non e'
questione di norme. Bisogna chiudere "la fabbrica della paura". E' il
compito di una politica degna di questo nome, di una cultura civile di cui
e' sempre piu' arduo ritrovare le tracce. Un'agenda politica ossessivamente
dominata dal tema della sicurezza porta inevitabilmente con se' pulsioni
autoritarie. Ricordiamo una volta di piu' che la democrazia e' faticosa, ma
e' la strada che siamo obbligati a percorrere.
Condivido in pieno e aderisco convinto all'appello del Triangolo Nero
sono fortemente preoccupato per il grande e diffuso radicamento di idee e convinzioni xenofobe, violente e razziste; pertanto non posso fare a meno di segnalarvi e di aderire all'appello del Triangolo Nero:
Testo dell'appello
Per aderire
Caire atque vale
Giuseppe
martedì 13 novembre 2007
Dopo più di sei anni Genova resta sempre una ferita aperta
vi propongo un appello relativo alle vicende politiche scaturite dai fatti di Genova 2001, che ancora oggi rappresentano una delle notti più oscure della nostra storia repubblicana. Purtroppo ho poco tempo e non posso dilungarmi, per il momento vi invito solo a firmarlo nonostante alcuni suoi evidenti limiti al confine tra l'ingenuità ed il facile populismo; spero a breve di riuscire a postare una riflessione più seria sia su Genova e sia su quanto e seguito, ma anche su quanto ha preceduto (chi si ricorda cosa successe a Napoli solo tre mesi prima e sotto un governo di centrosinistra?).
Caire atque vale
Giuseppe
mercoledì 7 novembre 2007
Daniel Amit: uomo di scienza , uomo di pace
ci sono delle persone la cui morte ti provoca un senso di sgomento e solitudine anche se le hai conosciute solo per fama. Il professor Daniel Amit, fisico di fama mondiale e costruttore di pace e dialogo in una terra quotidianamente devastata dall'odio come è il territorio israelopalestinese, morto domenica scorsa, è sicuramente una di queste; lo sgomento e la solitudine sono poi amplificati dal sapere che causa della morte di Amit è un atto di suicidio.
L'idea che una persona che ha combattuto per tutta una vita le ingiustizie del mondo all'improvviso si arrenda così è per sconvolgente; riprovo in questi giorni le stesse sensazioni che provai quando, il 3 luglio 1995, ricevetti la notizia del suicidio di Alex Langer; il biglietto, che Langer lasciò ai familiari e a noi tutti, recitava poche parole: "Non siate tristi, continuate in ciò che è giusto."; queste parole oggi affondano ancora di più nella nostra quotidianità.
Sotto trovate i ricordi di Amit pubblicati su "Il Manifesto" e su Liberazione, più un suo articolo di aprile 2002 per "La rivista del Manifesto".
Che la terra sia lieve a quest'uono di scienza e di pace.
Caire atque vale
Giuseppe
Il Manifesto
Liberazione 1
Liberazione 2
Articolo di Daniel Amit per "La Rivista del Manifesto" - aprile 2002
domenica 4 novembre 2007
Prostituzione Dalla Nigeria a un marciapiede italiano. Una ex prostituta si racconta
l'articolo che segue è tratto dal quotidiano "Il Manifesto" di sabato 3 novembre; il tema è uno di quelli che più mi stanno a cuore; sono infatti convinto che queste ragazze siano tra le maggiori vittime da una lato della globalizzazione capitalistica dove tutto, vita umana compresa, è ridotta a merce, dall'altro della nostra strisciante ipocrisia benpensante e razzista.
E non mi si dica che la soluzione consiste nel riaprire i bordelli: per strada o al chiuso nel 99% dei casi si tratta sempre e comunque di bieco sfruttamento nei confronti di una donna che si trova in una situazione di disperazione; l'unica soluzione dal punto di vista di noi singoli cittadini (nello specifico cittadini maschi) è quella di non essere nel modo più assoluto partecipi a questo sfruttamento; dal punto di vista istituzionale è quella di restituire loro la dignità, che gli è stata strappata, mettendo in campo reali opportunità di uscita dall'inferno.
Caire atque vale
Giuseppe
«Sognavo l'Italia, non la schiavitù»
Io, Isoke. Cosa posso fare, io, se non raccontare la sua storia? Che poi è anche la mia, è la storia di tutte le migliaia di ragazze che partono da Benin City piene di speranza e poi eccole, le vedete sulle vostre strade giorno e notte, su quei tacchi ridicoli, con quella carne di fuori. Sette giorni su sette, per dieci-dodici ore al giorno, per 365 giorni l'anno. Per due-tre anni, fino a che non hanno pagato i 50-60 mila euro del debito. Trattate come schiave. E credetemi: non sto inventando niente. Io, Isoke Rose Ovbhokan Aikpitanyi, di anni 28, non avrei mai potuto inventare una storia così. La mia stessa storia. Terza di otto figli, con genitori separati. In casa non c'era mai da mangiare per tutti. Io guardavo la televisione e sognavo il paradiso, l'Europa dei bianchi dove tutto, dicevano, era così bello e così facile. Guardavo i manifesti dentro le agenzie turistiche. Sognavo. Avevo vent'anni. E un giorno sono entrata.
«Vuoi partire?» «Non ho soldi». «Un modo c'è, se sei una ragazza sveglia». Il modo c'era. Un'organizzazione trovava casa e lavoro in Europa, bastava impegnarsi a pagare i soldi del servizio. Per me erano 30 milioni, otto anni fa. Avrei fatto la commessa in un supermercato a Londra. «Ti va bene?» «Benissimo». A Londra mi hanno tenuto rinchiusa per settimane, insieme a molte altre. Del lavoro non c'era traccia. Però c'erano le telefonate: «La merce è arrivata, manda i soldi»; «se non la prendi tu, la vendiamo a qualcun altro». Parigi, Amsterdam, Berlino... Merce? Quale merce? Noi quasi impazzivamo per la paura. Cosa stanno vendendo? A chi? E soprattutto: perché?
Mi hanno detto che il mio lavoro era a Torino e mi hanno messo su un pullman. Sono scesa alla stazione di Porta Nuova. Dopo una settimana mi hanno dato un paio di mutande e un paio di scarpe coi tacchi altissimi. «Sul posto di lavoro si mette questo» hanno detto. Il posto di lavoro era un marciapiede. C'era la neve. «Non è possibile non è possibile non è possibile». Riuscivo solo a pensare questo: non è possibile. Ma ero senza soldi e senza documenti, e l'unica parola che sapevo di italiano era vaffanculo. Avevo il debito da pagare e si sa cosa succede alle ragazze che non vogliono pagare. Come la mia compagna di stanza, Itohan. Le hanno ammazzato un fratello in Nigeria perché lei non voleva stare sul marciapiede. Ha tenuto duro. Dopo un mese è sparita. Un cane l'ha trovata che era morta già da tempo, un cadavere mangiato dai topi dentro un capannone abbandonato alla periferia di Torino. Ditemi che cosa potevo fare d'altro. Ho chinato la testa, come tutte le altre, e ho cominciato anch'io la mia vita in Italia.
Su quel marciapiede sono rimasta quasi tre anni, prima di riuscire a scappare. Ora vivo ad Aosta, ho un compagno italiano, insieme abbiamo creato un'associazione contro la tratta che si chiama «La ragazza di Benin City». Sto pensando di sposarmi e anche di avere un figlio. Sei fortunata, mi dico. Ma le mie compagne sono ancora lì, a battere. Anche adesso che mi state leggendo, a migliaia, sono in giro per l'Italia e battono su quel pezzo di marciapiede per cui gli fanno pagare anche 250 o 300 euro al mese. Se non guadagnano abbastanza, sono botte. Se non vogliono lavorare, sono botte. Vanno al lavoro con i denti rotti, con gli occhi pesti. E in strada la gente gira gli occhi o gli tira l'immondizia, grida degli insulti. «Tornatene a casa, sporca negra». In strada arrivano i clienti e non gliene frega niente. «Quanto vuoi?»
In strada arrivano anche i pazzi e i violenti, e ogni sera a una di noi capita qualcosa, una rapina o uno stupro. Ma a chi importa? Vai all'ospedale quando proprio sei in fin di vita, e non è che ti trattino molto bene. Arriva il piantone, prende svogliatamente una denuncia che già sai finirà in niente. Poi a te danno il foglio di via. Sei la vittima e vieni trattata come un colpevole, spazzatura da cui ripulire le strade, e chissenefrega del tuo destino.
Da quando sono in Italia, ho fatto il conto con i giornali e con la tivù, almeno 200 ragazze nigeriane sono state trovate morte, uccise dai clienti o dal racket. E parlo solo di quelle che hanno trovato; di quelle sparite nel nulla non so dire niente. Non so dire neanche quante sono state rimandate a casa col rimpatrio forzato, in mutande e con le scarpe ridicole, così come le hanno prese sulla strada. So però che molte sono finite in prigione, e che le famiglie si vergognano di loro talmente tanto che neanche vanno a pagare la multa per liberarle. Anzi, le maledicono.
Così, quando escono dalla galera, l'unica cosa che possono fare queste ragazze è andare a sbattere intorno agli alberghi dei ricchi per pagarsi un altro viaggio verso l'Italia. Noi non lo sappiamo, quando partiamo da Benin City piene di speranza. Non sappiamo che il nostro è un viaggio dentro la schiavitù e dentro l'orrore, ma soprattutto un viaggio da cui non c'è possibilità di ritorno.
In Italia la nostra vita è battere. Prigioniere.Casa-marciapiede-casa-marciapiede. Mai un cinema, una discoteca, un supermercato. Noi non dobbiamo mescolarci ai bianchi, gli ordini sono chiari. Con i bianchi l'unico scambio possibile è «quanto vuoi», «venticinque euro». In certe zone d'Italia sono solo dieci, o anche cinque. «Va bene, sali». E tu sali. «Quanto hai guadagnato stasera? Quanti clienti hai fatto?»
Otto clienti va bene, dieci è meglio, da dodici in su fisicamente sei distrutta. Cinque clienti vuol dire che non c'è lavoro. Così quando qualcuno ti offre il doppio per farlo senza preservativo, pur di non prendere le botte dici di sì. Se poi rimani incinta ti fanno abortire in casa, a tuo rischio e pericolo. Ma a volte qualcuna decide di tenere il bambino, e la fanno rimanere sulla strada fino a poche ore prima di partorire. «Non sei mica incinta nelle mani» dice la maman che la controlla. E per le donne incinta i clienti fanno la fila. Anche se hanno la pancia così e le caviglie gonfie: c'è la fila. Poi finalmente partoriscono, ovviamente in casa, di nascosto, e questo figlio diventa la catena peggiore. Non pensano più a scappare o a ribellarsi, pensano solo a lavorare e a fare soldi e a correre a casa. Se non portano abbastanza soldi, il figlio non glielo fanno neanche vedere. Inutile piangere. Inutile.
Io una via d'uscita l'ho cercata, e come me le tante ragazze di Benin City che di questa vita di Italia non ne possono più. Un cliente che era una persona per bene (ce ne sono tanti, dovete credermi) mi ha portato in due associazioni a cercare aiuto. Hanno detto che c'era l'articolo 18, che se denunciavo i miei sfruttatori potevo avere il permesso di soggiorno. «Ma io non posso fare la denuncia, quelli hanno già minacciato la mia famiglia. Non voglio che ammazzino mia madre o i miei fratelli». «Si vede che non sei ancora decisa. Torna il mese prossimo». Il mese dopo sono tornata. «Allora, questa denuncia?» «Non posso». «Pensaci ancora. Ci vediamo tra un mese». Alla fine non sono tornata più.
Oggi ho un permesso di soggiorno come colf, sono riuscita ad averlo con l'ultima sanatoria. Ma di pulizie ne faccio poche. Il mio lavoro vero, ormai, è quello di andare in giro a parlare, a raccontare, a spiegare. A dire: la schiavitù esiste, vedete, e io ero una schiava. Una prostituta schiava. Le prime volte mi mancava la voce, quasi morivo dalla vergogna e dall'imbarazzo. Oggi non più. Guardo la gente in faccia e penso a Gladys, a Itohan, alla ragazza che ero e alla trappola in cui tutte siamo finite. Ascoltateci, dico. Una storia come la nostra non si cancella. Non si dimentica, non si supera, non ci si viene mai a patti. E non basta lasciare la strada, trovare un compagno, chiudere la porta di casa e andare a letto, per tenere fuori dal cuore i ricordi e il dolore. Per questo io, Isoke, ho deciso di alzarmi in piedi e parlare. Di dire a tutti: adesso vi racconto cos'è la tratta. Io l'ho vissuta. Sono una sopravvissuta. Ascoltatemi.
Sono la prima che in vent'anni ha avuto il coraggio di farlo, mettendoci il nome e il cognome e la faccia. Ho portato la mia faccia persino da Bertinotti, che mi ha stretto la mano, e da Ferrero, che per un'ora ha ascoltato la mia storia. Ho messo la mia faccia e il mio nome anche sulla copertina di un libro, «Le ragazze di Benin City», e ora la porto in giro in tutta Italia, a parlare nelle scuole e nelle librerie, nelle associazioni di donne e ai seminari di Amnesty. Ogni volta in sala vedo che qualche donna, ascoltandomi, si mette a piangere. E' giusto, dico. Abbiamo pianto tanto anche noi.
Gladys piange a Orte. Osas piange a Torino. E Stella, e Rosemary, e Jessica, e Pamela... Quante ce ne sono. Quante. Troppe. Vengono a cercarmi spaventate, si passano il mio numero di telefono l'una con l'altra. Chiedono aiuto. «Di te mi fido» dicono. Ma cosa posso fare, io, se non raccontare le loro storie? Posso solo dire, a chi mi ascolta: liberatele. Date loro i documenti, e la scuola, e un lavoro. Tiratele via dal marciapiede, oggi, subito, prima che muoiano dentro; prima che dicano, come in tante hanno già detto: «Il mondo gira così, che cosa vuoi farci».
Allora, una volta finito di pagare il debito, compreranno anche loro una ragazza, o due, o tre, e poi faranno i soldi sulla carne fresca in vendita. E' così difficile da capire? Sì. Forse è difficile. Così difficile che, da anni, inutilmente io cerco di aprire una piccola casa d'accoglienza ad Aosta. Una casa per le vittime, gestita dalle ex vittime, per le tante Gladys ed Essohè e Jessica che aiutandosi l'una con l'altra, da vittima a vittima, possono provare a rimettere insieme i pezzi della loro vita. Ho bussato a mille porte; mille volte me le hanno chiuse in faccia. Non importa. Sono convinta che la storia sia dalla mia parte. Per questo non mi stanco di dire a tutti: è possibile. Ascoltatemi. Liberatele.
giovedì 25 ottobre 2007
Appello per salvare la Selva di Paliano
mi è pervenuto un appello, il cui testo trovate subito sotto e che ritengo assolutamente condivisibile e che ho sottoscritto.
Vi invito a fare altrettanto.
Caire atque vale
Giuseppe
Tra poco più di un mese la Selva di Paliano, l'ex parco a due passi da Roma, per trenta anni oasi naturale dove osservare libere decine di specie di uccelli, luogo visitato da circa nove milioni di persone, bosco che ha ospitato il set di 'Non ci resta che piangere', verrà venduta all'asta in 31 lotti.
Sto dando una mano agli amici dell'associazione 'Il Grillo Parlante', organizzando una raccolta di firme cartacee da presentare al Ministro dell'Ambiente, visto che nella più totale illegalità (e indifferenza delle istituzioni e degli enti) si sta già procedendo alla spartizione di alcune aree.
Il filmato da me girato pochi giorni fa lo testimonia.
http://www.youtube. com/watch? v=E_hWGEgVH7c
E' necessario preservare il Parco dallo smembramento che porterebbe i soliti ignoti palazzinari a farne quello che vogliono.
Sul sito anche la possibilità, con un semplice click, di inviare una mail di protesta, da sottoscrivere, al Ministro Pecoraro Scanio.
Da oggi chi vuole può sottoscrivere la petizione on-line!
http://www.petitiononline.com/SELVA/petition.html
http://www.assgrilloparlante. com
Sbrighiamoci che il tempo stringe, l'asta è fissata per la fine di ottobre 2007!!
mercoledì 17 ottobre 2007
Piccola aggiunta su Thomas Sankara
Secondo il loro sito la prossima messa in onda sarà venerdì 19 ottobre 2007 alle 15.00 (ergo alle 16.00 su History Channel+1)